“Il cavaliere disincantato”: la storia del fondatore di Brumi

“Il cavaliere disincantato”: la storia del fondatore di Brumi
7 Febbraio 2022 Antonia

Nel 1986 la rivista “Dimensione Sicilia” dedica la copertina del numero di febbraio/marzo al nostro fondatore, titolando “Il cavaliere disincantato: Matteo Pitanza, banchiere e industriale siciliano”.

Una lunga intervista a firma Giovanna Bongiorno, ci restituisce l’immagine di un uomo disincanto, appunto, ma anche realista e ostinato.

Chi era il cavaliere Pitanza

Matteo Pitanza era appena stato nominato al vertice dell’Associazione Tecnica delle Banche Popolari, questa la ragione dell’intervista, ma nel ripercorrere le tappe della propria carriera si parla anche di Brumi, allora Brumital (prima ancora M.P.M. Sicilia). È nella sede di allora dell’azienda che Matteo Pitanza riceve la giornalista: “Ci ha ricevuto in quello che considera il fiore all’occhiello del suo impero, lo stabilimento Brumital di Catania”.

Lo stabilimento della M.P.M. Sicilia

Informatizzazione delle strutture a livelli impensabili per la Sicilia, funzionalità ma occhio attento ad una confortevole eleganza che renda piacevole e più umano il lavoro e, nell’ingresso, una concessione al mito, che da quelle parti, respira sempre nelle cose: la statua in granito del dio Vulcano che batte con possente fermezza, il suo martello sull’incudine millenaria. Su di un parete, sotto la settecentesca veduta dell’Etna, un motto: Brumital, dalla fucina di Vulcano nel resto del mondo.” Così è descritta l’azienda, a testimonianza che i valori che costituiscono oggi le colonne portanti dell’attività di Brumi, erano già le radici su cui tutto muoveva i primi passi.

Nel ripercorrere le tappe della propria carriera, motivando perché un laureato in chimica sia imprenditore e banchiere, Matteo Pitanza racconta: “Guardandomi intorno, per capire come e dove orientare il mio impegno, per un futuro che non si presentasse incerto, mi parve una buona idea quella di iniziare una attività d’importazione e distribuzione dei primi concimi chimici complessi che si affacciavano, allora, sui mercati dell’agricoltura. In questo settore posso ben dire d’essere stato un pioniere e quando mi resi conto che l’agricoltura siciliana, bene o male tentava di riorganizzarsi e di migliorare, l’idea di passare dai concimi chimici alle macchine agricole fu quasi automatica”.

Da un’idea ai primi passi dell’azienda

Fu così che il cavaliere divenne importatore e distributore di macchine agricole fabbricate in Germania, che però pur essendo perfette dal punto di vista tecnico, rivelarono presto grossi limiti di versatilità per la grande varietà morfologica dei terreni agricoli italiani e le loro diversità di colture. “Pensai così che sarebbe stato più appropriato e conducente studiare, progettare e sperimentare macchine agricole più adatte al mercato italiano e produrle, magari con l’appoggio di Partners già sperimentati in questo settore”. Una storia che ha visto anche momenti di difficoltà: l’impresa nasce, infatti, in un particolare momento storico per la Sicilia, in cui si annunciano faraonici piani di industrializzazione, leggi, programmi, finanziamenti e agevolazioni, che però si tradurranno nel poco o nulla.

“Confortati dalla presenza di quelle strutture che ci si diceva, sarebbero sorte di lì a poco e che comunque erano indispensabili al nostro lavoro, perché diversamente avremmo dovuto passare al nord commesse di ingranaggi o altro, ripiegammo su alcuni vecchi capannoni di un ex cotonificio posto nel centro storico di Catania – racconta Pitanza – che, riadattati ed opportunamente attrezzati, ospitarono la nostra prima produzione. Inutile aggiungere che producemmo le prime macchine a costi elevatissimi perché, nell’assenza di tutte quelle strutture di supporto all’indotto, delle quali malgrado trascorresse il tempo non di vedeva neanche l’ombra, fummo costretti a rivolgerci alle fabbriche del nord. Avveniva, infatti, che alle onerosissime spese di trasporto, che eravamo costretti a subire, si aggiungesse la prassi, in uso verso tutti i committenti siciliani, di raddoppiare i prezzi e di dettare condizioni di pagamento che posso solo definire di caprestro”.

 

Il coraggio di fare da soli

La soluzione per non essere fuori da ogni concorrenza? Darsi la veste di una industria del Nord. “La scelta cadde su quella zona che, nei fatti, si era rivelata il migliore e più riuscito caso di industrializzazione realizzata nel nostro paese, l’Emilia. A Casalecchio, che è una frazione di Bologna, trovammo un terreno confinante con l’autostrada ma il cui accesso era servito da una fangosa trazzera. (…) Mentre noi procedevamo alla costruzione del nostro stabilimento, intorno a noi tutto si trasformò in un immenso cantiere. Sorgevano le strade, la palificazione elettrica, le linee telefoniche, le banchine con i relativi allacciamenti, il tutto con una rapidità, una efficienza ed una alacrità impensabili alla nostra latitudine culturale”.
Parole amare, che non fanno sconti nel valutare ciò che la Sicilia avrebbe potuto essere e non è stata. “Il nostro stabilimento, operante ormai da lunghissimi anni, è la nostra testa di ponte che ci consente di raccogliere, a prezzi congrui, le forniture di tutto il materiale occorrente alla nostra fabbrica catanese, ma che la Sicilia non è in grado di poterci fornire. Da lì i nostri camions scendono al sud carichi di materiali e risalgono con le macchine agricole da distribuire ai nostri concessionari”.

Una scelta vincente

Una scelta che senza dubbio oggi possiamo definire vincente e coraggiosa, ma non per questo meno dolorosa per chi avrebbe voluto fare della propria terra un fiore all’occhiello del Paese e ha dovuto accontentarsi della propria tenacia, passione e iniziativa imprenditoriale. Oltra alla lungimiranza che gli ha permesso di immaginare il futuro fino ai giorni nostri, un futuro di cui certamente potrebbe dirsi orgoglioso.

La sua idea di far progredire l’agricoltura, dotandola di strumenti che riuscissero a rendere più efficiente il settore e più efficace il lavoro dell’uomo, oggi cammina sulle gambe, l’esperienza e tanti aspetti caratteriali simili del “secondo Matteo”: il giovane nipote che ha raccolto il testimone di una grande storia imprenditoriale italiana e la porta verso il futuro.

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